La crescita turca in cifre: economisti internazionali a confronto sulla crescita del Paese della Mezzaluna.
“Tra dieci anni la Turchia diventerà una delle prime economie europee, e la prima nel 2050”. Progetto ambizioso, previsione azzardata o strategia economica? Ci penserà il tempo a confermare - o sconfessare – la tesi del presidente turco Abdullah Gul. Mentre oggi, analisti, economisti e docenti, restano spiazzati davanti al fermento nel Paese della Mezzaluna guidato dal partito Akp del premier Recep Tayyip Erdoğan, definito dal Financial Times “l’uomo più potente della storia recente della Turchia”. Di fatto la Turchia oggi è la 16esima economia mondiale e la scalata annunciata da Gul, con un lasso di tempo così ampio davanti, sembra difficile da prevedere. Ma i repentini cambiamenti che hanno caratterizzato l’economia in questi ultimi anni, non escludono neanche ipotesi a lungo termine.
Dopotutto si tratta di un Paese che ha vissuto un decennio di boom economico con ritmi di crescita che definire “cinesi” è poco. Le percentuali vanno dall’8,5%-9% nel 2010 e nel 2011, a quelle meno positive, sebbene di poco, dello scorso anno, quando sono calate del 3%.
Il tutto mentre nel 2012 la Borsa turca ha vissuto un exploit formidabile, con l’indice Ise – il principale della Borsa di Istanbul – in crescita del 40% e l’Msci addirittura del 60,5%, ed è continuato a crescere il volume degli scambi con l’estero. Italia in testa, con la quale a partire dal 2000 il volume è aumentato costantemente, giungendo nel 2008 alla quota di 18,8 miliardi di dollari, con un aumento del 7,5% rispetto all’anno precedente.
Forte della sua rivoluzione economica, il governo di Ankara pare stia diventando una new entry sempre più appetibile anche per la Ue. In questa valutazione c’è lo zampino degli analisti che, se da una parte stimano ancora bassi i prezzi in rapporto alle potenzialità delle società turche quotate in borsa, dall’altra sembrano gradire il loro andamento, Fitch e Moody’s in testa, confermando l’apertura di credito concessa da Oltreoceano e promuovendo i titoli di debito turchi.
Il rischio, in un’economia in evoluzione come quella turca, è noto: diventare bersaglio di speculazione finanziaria. Anche per questo è entrata in vigore il 31 dicembre scorso una legge ad hoc contro chi “altera artificialmente l’andamento dei titoli in Borsa”. Le pene sono severe. Si va da 2 a 5 anni di carcere per non parlare del conto, salato, da pagare. Sulla scia della legge, secondo quanto spiega “Le Figaro” c’è chi ha preso provvedimenti. E, tra gli altri, “i maggiori istituti finanziari internazionali come Bank of America, Merrill Lynch, Commerzbank e Société Générale, hanno già provveduto a sospendere tutte le loro attività di produzione di note quotidiane in materia di finanza turca”.


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